Eolo Di Giulio e il sentimento del legno

Tratto da "Cuore di legno, i giovani e il sentimento, le tecniche della materia di Eolo Di Giulio" a cura di Lianella Gallina

Il legno è da sempre presente nella vita dell'uomo: utile, caldo, umile e, allo stesso tempo, aristocratico, permea in sé la storia stessa della nostra società. Nonostante tutto questo, scegliere di dedicarsi alla scultura lignea è oggi, come ieri, piuttosto raro in quanto la tradizione classica, dominante la nostra cultura occidentale, ha sempre relegato tale attività nel regno delle arti moniori vista la sua connaturata difficoltà operativa a rendersi naturalistico ed esteticamente perfetto. Lavorare il legno è dunque difficoltoso perché questo è un materiale rigido e non può essere plasmato come l'argilla o la cera ma soltanto scavato o intagliato ed inoltre non permette possibilità d'errori, lo scarto del materiale deve essere necessariamente preciso, netto.

Da qui, però nasce anche l'idea che la scultura lignea, se realizzata ad un certo livello, possa diventare proprio grazie a queste difficoltà operative, un'attività manuale altamente pregiata e ricolma di valori artistici. Quando cioè il sentimento della materia e la conoscenza certa delle sue tecniche di lavorazione riescono a superare l'impasse e quando l'esperienza riesce ad assecondare l'esigenza di questo meraviglioso elemento naturale che più di altri esprime il mondo della vita, allora, la tensione creativa, atta a trasformare la semplice sostanza lignea in forme mirabili dalle infinite possibilità visive, si fonde con il sentimento profondo della materia. Si rinnova, così come osservò acutamente Henry Focillon, la “meravigliosa vita delle forme” che è l'innegabile risultato di una precisa metamorfosi quella, cioè, che appagando l'universo delle idee mediante l'autorevole manualità dell'artefice, ri realizza nella materia inerte, docile al mezzo che la muta e la rende immortale. Tali riflessioni concordano all'unisono con quanto da sempre asserisce ed esprime Eolo Di Giulio, lo scultore di Tocco da Casauria il cui operato analizzeremo in questo breve saggio critico mirato a riscoprire e rendere omaggio ad una personalità del mondo dell'artigianato artistico in grado di farci comprendere, tra le tante altre cose, il legame inscindibile e privilegiato che esiste tra l'uomo ed il suo lavoro, la fiducia nella propria vocazione e negli strumenti che modellano la materia prima protagonista di quel suo stesso operato. Chi lavora il legno è, difatti, vicino a quella dimensione d'esistenza vera e semplice, estranea alle mere apparenze e, allo stesso tempo, dignitosa ed autorevole. Il legno permea di sé, come diceva poc'anzi, l'intera realtà umana, segna le vicende dello sviluppo storico-sociale, religioso e artistico. Il legno è cultura materiale ma anche cultura ideale, estetica: dagli oggetti d'uso quotidiano agli xoana pre-ellenici, dalle sacre rappresentazioni in legno policromo del seicento alle operazioni estetiche dell'oggi in cui questo materiale come altri scelti per finalità artistiche diviene mezzo autonomo, esso si erge a protagonistadi precise accezioni espressive, diventa quindi, il docile mezzo con cui l'autore interpreta la realtà, le proprie emozioni di fronte ad essa, le intime aspirazioni e i propri ideali.
Eolo Di Giulio lavora il legno proprio seguendo tali finalità e aspettative egli, infatti, si “sente” in simbiosi con esso, avverte il bisogno di forgiarlo per creare un qualcosa che non appartiene solo a se stesso ma che diviene poi, oggetto estetico che si apre agli altri diventando bene comune. L'anziano maestro ascolta fin dagli anni dell'adolescenza questa sorta di esigenza inventiva che lo spinge alla realizzazione di manufatti che vadano oltre il consueto pezzo funzionale e il suo grande studio-laboratorio, simile ad un'immensa fucina, attesta questa sua inattutibile necessità. Il laboratorio è, infatti, una fabbrica in cui prendono forma le idee, uno spazio operativo in cui oltre a tutte le attrezzature ed i macchinari utili alla lavorazione del legno, da quelli più semplici come i martelli e gli scalpelli a quelli più aggiornati e sofisticati, convivono tavole lignee in attesa di essere lavorate, opere in fase di ultimazione ed un numero considerevole di opere compiute, in special modo bassorilievi intagliati realizzati mediante un lavoro lungo, pieno di passione e perizia tecnica. Un lavoro nel quale non c'è spazio per l'improvvisazione o la fugacità di esecuzione ma al contrario esiste un ritmo operativo graduale che vede avanzare l'opera tocco dopo tocco, scarto dopo scarto fino ad arrivare all'esito finale dove diventa “immensa”, come asserisce lo stesso artista, la soddisfazione per aver dato vita a delle immagini che “si sentono dentro”. E l'esperienza è importantissima in quest'arte più che altrove; è difatti la consolidata conoscenza del materiale e delle sue potenzialità esecutive a rendere sicura ed infallibile la mano del nosto autore permettendogli, così, di dar vita alle forme pensate sulle cui superfici levigate la luce scivola dando l'impressione che quelle immagini scolpite, verniciate o colorate che siano, vivano nel silenzio di quello spazio tanto ampio in attesa di essere guardate, capite, amate, in attesa di quell'esito per le quali esse sono state create. Il destino naturale di ogni opera d'arte dovrebbe essere, infatti, quello di pote essere frutia da un'utenza, non importa se pubblica i privata, in grado di apprezzarne il valore sia estetico che semantico e le opere di Di Giulio meritano senza dubbio tale attenzione vista anche peculiare caratteristica di unicità che esse rivestono nel campo della tradizione lignea abruzzese e anche nazionale. Eolo Di Giulio è, infatti, dedito alla realizzazione di bassorilievi dall'aggetto sensibilissimo, attività rarissima nell'ambito della storia della scultura che conosce tali processualità artistiche solo nella materia del bronzo e del marmo o che vede la creazione di forme lignee esclusivamente nell'esecuzione delle opere “a tutto tondo”. Di Giulio si cimenta invece da più di mezzo secolo nella difficilissima arte di ricreare illusoriamente su di un supporto che per sua natura ha solo due dimensioni, immagini tridimensionali con ampi spazi come quelle da lui più volte rappresentate di Piazza Garibaldi a Sulmona e Piazza Maggiore a Bologna. Piazze gremite di persone, case, natura per la cui esecuzione è necessario tenere in debito conto la graduale e proporzionale riduzione delle forme secondo i canoni della prospettiva lineare. Immagini, queste, che scalano in profondità dove l'intaglio deve procedere assecondando i piani secondo i diversi aggetti dell composizione. Tale abilitò ci appare degna di considerazione soprattutto se si tiene conto che il Di Giulio può definirsi, a parte l'insegnamento paterno, autodidatta e quindi solo artefice della propria crescita artistica naturalmente supportata da un'innata vocazione cui va aggiunta una superba forza di volontà che lo spinge ad impegnarsi incessantemente anche al di là dei normali tempi di lavoro.
L'arte del maestro Di Giulio si connota, allora, come particolare attività noetica suscettibile di fondere coerentemente due aspetti: tradizione e contemporaneità, sapere antico che si rinnova alimentandosi dalle tematiche dell'oggi oppure su vivifica rivisitando le opere dei grandi maestri del passato secondo modalità espressive che, pur assecondando le esigenze tecniche della materia lignea, riescono ad interpretare in maniera assolutamente personale i capolavori dell'antichità. Quest'aspetto chiaramente dicotomico dei soggetti del Di Giulio che attesta la convivenza di tematiche popolari come le piazze cittadine gremite di gente con argomenti elitari come le rivisitazioni del passato, implica anche un conseguente e diversificato sviluppo espressivo-narrativo. Esiste, infatti, un'indubbia differenza di esecuzione tra le due forme ispirative essendo quella del filone popolare connotata da un accentuato espressionismo figurativo, inteso come deformazione approssimativa e quasi naîve della realtà in cui saltano i criteri di rapporto proporzionale tra figure e spazio e la seconda essendo, al contrario, caratterizzata da norme compositive e formali naturalistiche e quindi di ascendenza classica.
Nelle feste paesane, nelle processioni del Santo patrono e nelle gremite piazze di città così come negli interni in cui l'artista ritrae momenti di vita quotidiana i bassorilievi, spesso coloratissimi, esprimono un'autentica adesione alla realtà della propria terra, alle tradizioni folkloriche, alle esigenze di una cultura popolare ancora profondamente legata alle proprie radici. Altrove, l’artista esibisce un’incondizionata aderenza agli ideali di quelle assemblee di piazza come a Bologna, la città dove l’autore ha vissuto per moltissimi anni ed in cui ha sicuramente lasciato una parte di sé. In quelle immagini in cui la folla si assembra le forme acquistano valenze dinamiche e gli spazi marginati da palazzi monumentali sembrano pullulare di gemme colorate mentre le lunghe e paratattiche processioni dei paesi abruzzesi appaiono simili a fregi arcaici. Particolarissime, ancora, le visioni d’interno dove compaiono pochi personaggi colti da vicino e concepiti secondo un linguaggio di verità teatrale memore delle sculture lignee del ‘600 in cui lo spirito popolare crea pittoresche scene di genere.
Completamente diverso è, invece, il linguaggio e quindi il criterio compositivo e la funzione cromatica del materiale ligneo nelle opere che rivisitano i classici della storia dell’arte.
In questi lavori, difatti, vige un profondo senso di armonia che struttura le immagini ed una sensibilissima capacità plastica in grado di assecondare  i motivi ispirativi ai quali l’artista fa riferimento.  Anche rivisitando, dunque, le opere del passato è possibile creare lavori che esprimono peculiarità estetiche proprie. Così, nella rivisitazione della “Scuola di Atene” di Raffaello o in quella del “Tondo Doni” di Michelangelo come pure in tutte le altre cui il maestro si è dedicato, Di Giulio esibisce doti interpretative e capacità esecutive tali da rendere le rielaborazioni lignee ricche di autonome valenze artistiche. Sono molti, difatti, gli elementi del linguaggio visivo che entrando in gioco nell’iter creativo del Di Giulio confermano, mediante la loro modalità di lavorazione, le qualità esecutive dei pezzi in questione come si osserva nella sensibile levigatura delle superfici che favorisce gli intensi giochi luministici, o ancora nella caratteristica esaltazione del colore naturale del legno dove le venature fanno assumere all’opera un’autonoma connotazione espressiva, indipendente, cioè da tutti gli altri elementi visivi adoperati.
Nei bassorilievi che rievocano i grandi lavori del passato si osserva, inoltre, il particolare effetto tridimensionale di immagini che per assimilazione culturale conosciamo come bidimensionali, appunto le immagini dei dipinti cui Di Giulio s’ispira: forme che vivono tradizionalmente su di una superficie, tele, muri o tavole che siano, comunque a due dimensioni che mediante l’intervento ri-creativo del nostro autore, si trasformano in icone plastiche venendo ad invadere fisicamente lo spazio. S’instaura così una sorta di fenomenologia visuale che muta le forme originali enfatizzando i movimenti, esasperando la dinamica delle linee di forza, accellerando le tensioni contrapposte dalle masse figurali in un crescendo visivo dagli esiti inaspettati.
Le differenze linguistiche ravvisate nell’operato artistico del Di Giulio non devono comunque essere considerate conflittuali e antitetiche perché tali dualità espressive, la vena popolare e quella più colta, oltre ad essere perfettamente coerenti con il temperamento emotivo dell’artista, attestano, altresì, le sue qualità inventive aiutandoci a farci comprendere il vero significato del suo lavoro che pone come fondamento di ogni concrezione l’uomo e la sua storia. L’uomo visto nella sua dimensione reale e quotidiana e l’uomo colto nella sua dimensione ideale e astratta quali stati esistenziali che, seppur diversi, hanno in comune uno stesso termine di riferimento: il tempo in cui l’uomo vive e lavora, sogna e crea raccontando se stesso e le proprie aspirazioni.
Un tempo lungo quanto una vita come quella che Eolo Di Giulio ci racconta attraverso le sue immagini. Un tempo che, comunque, può andare come attestano queste opere, oltre quella stessa esistenza se vissuto all’insegna di una coscienza pura spesa nella fede per un ideale e nella passione per l’arte.